martedì 26 gennaio 2010 - CGIL Calabria
Dopo Rosarno, lo spettro della schiavitù nella Piana di Sibari
due articoli per non dimenticare Rosarno
Di seguito due articoli, il primo della rivista Il Redattore sociale" ed il secondo de "Il Manifesto.it" sulla situazione degli immigrati nella Piana di Sibari. Quanto denunciato dalla stampa e dalle associazioni di base, soprattutto dopo i fatti di Rosarno, deve spingere sempre più in alto la nostra attenzione su tutte le situazioni, che, nel nostro territorio, mettono a rischio non solo i diritti dei lavoratori, migranti e non, ma anche i più elementari e basilari diritti dell''uomo. Gianni Paone
Dopo Rosarno, lo spettro della schiavitù nella Piana di Sibari. Un''area sconfinata, costellata di agrumeti e vigneti, racchiusa tra il Massiccio del Pollino, la Sila e il Mar Jonio. Anche qui lavorano, vivendo ammassati in alloggi di fortuna, migranti per lo più irregolari, dediti al lavoro agricolo e vittime del racket della ''ndrangheta. Approdano in Calabria come stagionali, oppure giungono dal nord Italia, spinti dalla chiusura delle fabbriche. Guadagnano 20-25 euro al giorno, lavorando anche 12 ore. Spesso ai migranti viene chiesto il pagamento di una somma che si aggira intorno alle 6 mila euro, unico modo di essere chiamati a guadagnarsi da vivere in un sistema gestito da cooperative senza scrupoli .

CASSANO ALLO IONIO - Dopo l''inferno di Rosarno riemerge lo spettro della schiavitù in Calabria, nella Piana di Sibari. Un terreno sconfinato, costellato di agrumeti, vigneti e terreni agricoli, racchiuso tra il Massiccio del Pollino, la Sila e il Mar Jonio. Una Calabria distillata, che si estende maestosa in tutti i suoi centoottanta chilometri quadrati.
Qui un esercito di uomini e donne vive in alloggi di fortuna, dalle pareti di cartone. O nei casolari abbandonati che si intravedono dal ciglio della statale 106. Alcuni arrivano dal Marocco, dall''Algeria, dall'' Egitto e dalla Tunisia. Altri dai paesi dell''est. Altri ancora dal Pakistan. In pochi dall''Africa subsahariana. Alcuni arrivano da regolari, attraverso la chiamata delle cooperative agricole, molto spesso come lavoratori stagionali. Allo scadere del permesso di soggiorno, però, non tornano nel loro paese d''origine, fermandosi nella regione, e andando ad ingrossare le file dei lavoratori irregolari. Oppure approdano in questi luoghi, giunti dall''opulento nord Italia, spinti dalla chiusura delle fabbriche ad offrire manodopera a buon mercato come braccianti agricoli. Spesso pagano affitti che si aggirano intorno alle trecento euro al mese per vivere ammassati gli uni sugli altri, in quelle che un tempo erano stalle o gallinai. A pochi metri dalle abitazioni di chi specula sulla loro disperazione.
"In questo territorio la produzione agricola è elevatissima, ma il numero di lavoratori ufficialmente addetto a questo settore risulta troppo basso per garantire queste cifre". Maria Teresa Terrei, responsabile dell''associazione Cidis onlus, che opera sul territorio per garantire pari opportunità alla popolazione immigrata, scatta una fotografia della situazione in cui vertono i migranti, per lo più irregolari, che lavorano nella Sibaritide.
"La piana di Sibari è una piana molto più grande di quella di Gioia Tauro, che è stata teatro degli scontri di Rosarno, e le situazioni emergenziali non mancano. Sono semplicemente più diluite nel territorio e quindi meno facili da percepire nell''immediato. Questo, però, non le elimina". Questi migranti, adoperati per lo più nel lavoro agricolo, percepiscono una paga che oscilla tra le 20 e le 25 euro, per una giornata lavorativa che può protrarsi fino a dodici ore. E anche in questi luoghi è il caporalato a gestire la loro manodopera.
"I dati informali che riceviamo dai racconti degli immigrati ci dicono che parte di questi soldi vanno dati anche ad altri soggetti che assicurano il reperimento del lavoro. Alla base di questo meccanismo c''è l''irregolarità dell''immigrato. Li dove c''è regolarità e un conseguente contratto di lavoro, tutto può migliorare". Dopo gli scontri di Rosarno e quelli avvenuti di recente in Campania, al mercato ortufrutticolo di San Nicola Varco, è emerso un dato chiaro: nei territori ad alta produzione agricola spesso si concentrano masse di lavoratori immigrati irregolari. Un''intera realtà sommersa che si alimenta attraverso lo sfruttamento e la vessazione, dietro cui spesso si nasconde la mano della ''ndrangheta. "L''irregolarità genera assenza di diritti e ciò può sfociare nell''esplosione di veri e propri conflitti". Le parole di Maria Teresa Terrei sono un monito. Dopo Rosarno non possiamo più fare finta di niente. (Giulia Zanfino) © Copyright Redattore Sociale

Schiavi da raccolta – La piana di Sibari è terra di clementine. Le raccolgono i migranti stagionali, sono tre volte di più che a Rosarno. Sopravvivono tra ''ndrine, paghe da fame e un''amministrazione di ultra-destra.
CORIGLIANO CALABRO (CS) – La repressione continua. A neanche dieci giorni dalla diaspora degli africani di Rosarno, un''altra brutta pagina di crudeltà e intolleranza viene scritta in Calabria, un tempo terra di accoglienza e di emigrazione, e che, ormai, ha smarrito ineluttabilmente il senso della propria storia. Benvenuti a Corigliano, il paese delle clementine. È nella pianura di Sibari, infatti, che nasce e si sviluppa questo frutto assai simile al mandarino ma caratterizzato dall''assenza di semi.
La pianta è suscettibile agli sbalzi di temperatura. E si ha una sola raccolta annuale, tra novembre e gennaio. Sembra che i primi ibridi di clementine siano stati ottenuti in Algeria agli inizi del novecento. Secondo alcune fonti l''incrocio sarebbe stato fatto casualmente, intorno al 1930, da un certo padre Clement Rodier del Convento di Missegin, nei pressi di Orano.
Sta di fatto che il legame tra questo frutto e le popolazioni del mediterraneo è rimasto intatto negli anni. Anche perché a occuparsi della raccolta sono migliaia di africani, maghrebini e subsahariani in prevalenza, che ogni inverno giungono nella piana per lavorare nei campi. La situazione è drammatica e somiglia maledettamente a quella di Rosarno. Nella sibaritide c''è infatti una concentrazione di immigrati «per tre volte superiore a quella di Rosarno e la situazione è davvero esplosiva dal momento che i migranti vivono in condizioni di estremo degrado in cui sfruttamento e lavoro nero sono le pratiche quotidiane prevalenti» avverte il presidente della Commissione regionale per l''emersione Benedetto Di Iacovo, impegnato in una ricognizione a largo raggio sul fenomeno del sommerso.
Dopo i fatti di Rosarno, Di Iacovo sta mettendo a punto un apposito «Piano emersione» che si concretizzerà con la stipula di un patto per la legalità e il contrasto al sommerso con le forze sociali e istituzionali preposte. Secondo uno studio dell''Associazione Torre del Cupo, organizzazione dedita al fenomeno dei migranti che operano nella Piana di Sibari, si stima che siano oltre 12mila i migranti che vivono in queste terre a ridosso dello Ionio, la maggior parte dei quali «invisibili», cioè manodopera stagionale non censita e irregolare.
Immigrati di diversa nazionalità, schiavizzati come i migranti di Rosarno, si accampano nelle tendopoli vicino al Porto oppure in rifugi di fortuna magari ammassati in edifici fatiscenti che somigliano a topaie.
A quelli più fortunati, si fa per dire, capita di essere ospitati in case di villeggiatura sfitte d''inverno, da Schiavonea a Sibari, passando per Rossano, lungo i venti chilometri di costa battuti da questi «schiavi delle clementine La destra locale, da pochi mesi insediatasi a capo di questo paesone di 40mila abitanti, cavalca il malessere e il vento xenofobo che soffia in Italia A partire dalla sindachessa Pasqualina Straface, Pdl, che come già riportato dal manifesto, ha emanato il mese scorso un''ordinanza anti immigrati, tesa a impedire l''affitto di case agli stranieri e, soprattutto, a monitorare la presenza di migranti nel territorio coriglianese in quanto d''ora in poi chi vorrà spostare la residenza a Corigliano o prendere casa in affitto dovrà renderne conto al Comune
E mentre è ancora calda la ferita di Rosarno, la sindachessa non ci ha pensato due volte e domenica scorsa, nottetempo, ha sgomberato due baraccopoli. Demoliti casolari e accampamenti, là dove soggiornavano 40 immigrati. «Occorre ripristinare la legalità» ha commentato Straface Ora in un territorio dove le ''ndrine, quella dei Forastefano su tutte, spadroneggiano, parlare di legalità da «ristabilire attraverso il pugno di ferro contro i migranti» suona un po'' grottesco.
In una zona dove, a detta del sociologo ed esperto di criminalità organizzata Pino Arlacchi, il mercato del lavoro è completamente in mano alle cosche e la mafia dell''Alto Ionio cosentino svolge le funzioni di ufficio di collocamento e distribuisce posti di lavoro che si trasformano in vitalizi perenni. A cui, ovviamente, si aggiunge il traffico di manodopera migrante, vessata e schiavizzata, in nero, senza contributi versati, senza pensione, né medico e per pochi soldi.
E quando arriva la stagione agrumicola, che peraltro coincide con quella olivicola, il fabbisogno di manodopera aumenta in modo considerevole tanto che il numero di stagionali arriva a superare, appunto, le 12 mila unità. Metà di essi sono invisibili, non registrati: 6mila braccianti che vagano come fantasmi in questi gironi danteschi dello sfruttamento e del sommerso. Ovunque vi siano agrumeti nella pianura calabrese, il copione è lo stesso di Rosarno. Presenza massiccia di braccia, anche femminili in questo caso, condizioni igieniche zero, dignità umana annullata, poco cibo ma tanta fatica. Sfruttati e umiliati per pochi euro al giorno a cui va aggiunto il pizzo da pagare al caporale di turno. All''alba di ogni giorno, infatti, i furgoni dei caporali fanno il giro della sibaritide per prelevare il popolo invisibile. A Schiavonea, borgo marinaro di Corigliano, nello spazio antistante la chiesa e nei pressi del Quadrato «Compagna» e a Sibari nel piazzale della stazione e nei pressi dei residence di Marina. Per poi essere scaricati nei campi dove, fino al tramonto, sono impegnati nella raccolta dei frutti simbolo dello sviluppo di queste aree.
Come a Rosarno, anche qui tutti sanno ma nessuno interviene. E nessuno vigila. Tutto scorre come se nulla fosse. Le associazioni di volontariato fanno ciò che possono in un''area dove regna sovrana l''indifferenza e la complicità omertosa. Meglio tacere allora, per non spezzare il fragile filo della convivenza civile. Che di civile non ha niente. Benvenuti a Corigliano, il paese delle clementine, e di Gennaro «Ringhio» Gattuso, il calciatore della Nazionale, quello che vota Lega perché dice: «Non se ne può più.
Silvio Messinetti
ilmanifesto.it


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